Il giorno 3 febbraio noi alunni della 1 ^ B CAT , insieme ad altri nostri compagni di classe quinta, ci siamo recati in biblioteca per assistere alla conferenza tenuta dal professore Raffaele Pellegrino sul tema della Shoah e sul ruolo della musica, e di tutte le arti, all’interno dei lager nazisti. È stato molto interessante scoprire come generi musicali, ad esempio il jazz, illegali nei territori occupati da Hitler, trovassero riscontri positivi all’interno di luoghi tanto oscuri e drammatici. Abbiamo infatti appreso che in ogni campo era presente un’orchestra che doveva anche scandire il ritmo tenuto dai prigionieri mentre andavano e venivano dal lavoro.
I tedeschi, inoltre, volevano dimostrare al mondo intero che all’interno di questi campi non venissero commessi atti di violenza e a tale scopo nel 1940 venne scelto il lager di Terezin come “campo modello”, che, almeno agli occhi della Croce Rossa internazionale e degli alleati, doveva sembrare una Spa o un luogo di riposo. Si trattava di un luogo un po’ particolare: vennero inviate delle lettere ai più illustri artisti ebrei, invitandoli a recarsi in questo luogo per trascorrere la vecchiaia. Quello che mi ha più colpito è stata la messinscena preparata per la visita della Croce Rossa: vennero costruiti un bar, introdotte nuove attività “alternative” come la lavorazione della ceramica o del ferro, fatti indossare ai prigionieri vestiti larghi per nascondere gli effetti della malnutrizione, insomma venne fatto tutto il possibile per far credere al mondo che gli ebrei non subissero alcuna violenza, al contrario di ciò che accadeva quotidianamente dove la morte, la paura, le malattie e la scarsa igiene erano dominanti. Un altro elemento che mi ha colpita e fatta ragionare è la condizione dei bambini. Essi infatti dovettero partecipare alla recita imposta dai nazisti, in un modo un po’ bizzarro, dovettero solo disegnare. Questo può sembrare un modo per dar vita alla loro creatività ma, anche in questo caso c’erano dei divieti come quello di non usare i colori scuri, oppure disegnare la morte, in tutti i suoi aspetti. Le immagini più ricorrenti sono quelle delle farfalle oppure di due fiori, uno vivo d l’altro appassito, richiami silenziosi alla libertà che veniva loro negata. Tutto ciò deve farci ragionare su ciò che abbiamo, come la nostra indipendenza, la libertà di pensiero, il poter disegnare, scrivere, comporre senza alcuna restrizione, aspetti che molte volte trascuriamo, soprattutto noi giovani abituati ad avere tutto, a vivere in una società libera da questa mentalità chiusa e dittatoriale e nella quale ognuno può esprimere la propria opinione senza aver paura della conseguenze.
Annalisa
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